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[ 01 ]
LETTERA-DURA
Quando mi è stato proposto di mettere
all'interno di Man On Black una specie
di editoriale, più o meno periodico,
mi sono fatto una gran risata.
«A cosa potrebbe servire?» mi sono detto.
«Ad appesantire ulteriormente tutto
quest'inutile insieme di dati virtuali
e sconclusionati», mi sono risposto.
Forse non ci sono andato troppo lontano,
però... però mi sono reso conto che
leggermi qui, in queste righe, è un
po' come conoscermi di più. Che sia
un bene o un male è tutto da verificare.
Anche perché, parliamoci chiaro, essere
scrittori oggi è come essere stati scienziati
nel 1200. Tutti ti guardano male, almeno
finché non guadagni abbastanza per dimostrare
di essere autonomo (o amico di qualcuno
d'influente). E se non guadagni abbastanza,
allora sei un hobbista sfegatato che
si raduna col circolo della canasta
al sabato pomeriggio in qualche club
per signore anziane (tutte poetesse,
ovviamente). Una via di mezzo non c'è:
o pubblicatore milionario (si noti:
pubblicatore, non scrittore) o appassionato
un po' eccentrico.
Perché l'importante, volenti o nolenti,
è il business. Fai business? Sei uno
strafigo d'intellettuale. Scrivi cose
decenti ma in pochi al giorno d'oggi
le saprebbero apprezzare(=comprare)?
Sei la classica merdaccia di hobbista.
E i tarocconi? Quelli che si atteggiano
ad artistoidi (-oidi che fa rima con
tante cose che non sto a elencare)?
Quelli che «cioè, io scrivo, cioè, mi
nasce da dentro, cioè, m'ispiro a ceghevara
con influenze niciane passando per gesù,
cioè, ho un amico in una casa editrice,
cioè, ci ho pure la tessera del partito
giusto.»
Cioè. È la terza parola che hanno imparato
dopo Mamma e Cacca.
Temo che sia per colpa di questi se
al giorno d'oggi gli scrittori veri
sono con l'acqua alla gola. Sarebbe
a dire: tutti scrivono, nessuno legge.
«Cioè, io so scrivere e leggere, cioè,
ci ho pure l'attestato della scuola
superiore che lo dimostra, ma chissà
come mai, cioè, penso di sapere fare
la prima cosa senza necessariamente
fare la seconda. Cioè.»
Una dimostrazione? I concorsi letterari.
Se vi è mai capitato di partecipare
a una selezione come giurati vi renderete
conto che siamo davvero alla frutta,
perché se la grammatica è masticata
e l'ortografia frustrata, la tecnica
è sodomizzata e l'inventiva surgelata.
Per forza, aggiungerei. Prima impara
la semplice regola dello scrittore:
«Ti piace scrivere? Sì. Allora non sei
uno scrittore.» Poi decidi di abbandonare
il campo.
Sembrerà un controsenso, ma chi riesce
a capirmi è davvero sulla buona strada
per il Paradiso.
Ovvio, detto da me che mi professo uno
scrittore, il discorso può apparire
insensato, ma chi è così intelligente
da capire che nella vita non potrà mai
fare l'astronauta solo perché gli piace
guardare la luna, allora capirà anche
che le esternazioni letterarie post
pasta e fagioli sono solo naturali sfoghi
fisiologici e non ispirazioni divine.
Scrivere, ragazzi miei, è un'arte, una
delle grandi strade della vita, e non
tutti possono farlo solo perché prendere
una penna in mano è più facile che costruirsi
una navicella spaziale.
Seppoi tutti vogliono scrivere, facciano
pure. Internet, riviste, parrocchie,
gruppi di alcolisti anonimi, al giorno
d'oggi le pubblicazioni sono veloci
e convenienti, e lasciano campo aperto
soprattutto a chi il grano ce l'ha già.
Quelli veri (quelli che scrivono per
necessità, intendo, non quelli che lo
fanno per piacere) sono costretti a
barcamenarsi tra modesti editori famelici,
grandi editori poco convinti, agenzie
letterarie inventate dal nulla, corsi
di scrittura creativa nati a fin di
bene ma morti di fame, personaggi semigiornalisti
ex galeotti amici di, concorsi poetici
gestiti da imbarazzanti intellettualoidi
(-oidi, come quelli di prima) e ignoranza
diffusa.
Qui prodest? Chi ci guadagna da tutto
questo casino se non coloro che non
lo meritano?
Va bene, concludo io, chi ne ha voglia
scriva, ma non intasi un mercato già
povero solo per la grande disponibilità
di denaro o per le amicizie. È una questione
di onestà, ragazzi miei. Milioni di
persone scrivono per piacere, per sfogo,
per amore e perché gli gira così, ma
quelli onesti si guardano bene dal voler
pubblicare. Perché sanno che non sono
scrittori, ma solo esseri umani.
Alla fine, come si può ben vedere andando
in libreria, ci si riduce al collasso.
Non c'è un solo libro buono italiano
se non una volta l'anno (forse meno),
però se si va a grattare qua e là si
scoprono piccoli capolavori nascosti
nella tenebra paurosa di un investimento
sbagliato. E quelli che ci vengono spacciati
per "i grandi autori italiani contemporanei"
lo sono solo per bontà divina, non per
qualità. Per non parlare della carta
da caminetto che riempie gli scaffali
nella sezione "Cabarettisti avanti tutta!"
e che purtroppo riempie pure gli scaffali
delle vendite maggiori.
Non è forse scarsa cultura, questa?
Non è mancanza d'idee, di piacere, di
valori, di arte?
C'è una sola parola che mi viene in
mente quando penso a quanto in basso
siamo caduti riguardo ai libri in Italia:
BLEAR.
Beh, penso di aver sproloquiato anche
troppo, ma mi riprometto di tornare
sull'argomento in seguito, sempre che
questo 4K un seguito ce l'abbia.
Pilamaya yelo...
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