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LETTERA-DURA
Quando mi è stato proposto di mettere all'interno di Man On Black una specie di editoriale, più o meno periodico, mi sono fatto una gran risata.
«A cosa potrebbe servire?» mi sono detto. «Ad appesantire ulteriormente tutto quest'inutile insieme di dati virtuali e sconclusionati», mi sono risposto.
Forse non ci sono andato troppo lontano, però... però mi sono reso conto che leggermi qui, in queste righe, è un po' come conoscermi di più. Che sia un bene o un male è tutto da verificare.
Anche perché, parliamoci chiaro, essere scrittori oggi è come essere stati scienziati nel 1200. Tutti ti guardano male, almeno finché non guadagni abbastanza per dimostrare di essere autonomo (o amico di qualcuno d'influente). E se non guadagni abbastanza, allora sei un hobbista sfegatato che si raduna col circolo della canasta al sabato pomeriggio in qualche club per signore anziane (tutte poetesse, ovviamente). Una via di mezzo non c'è: o pubblicatore milionario (si noti: pubblicatore, non scrittore) o appassionato un po' eccentrico.
Perché l'importante, volenti o nolenti, è il business. Fai business? Sei uno strafigo d'intellettuale. Scrivi cose decenti ma in pochi al giorno d'oggi le saprebbero apprezzare(=comprare)? Sei la classica merdaccia di hobbista.
E i tarocconi? Quelli che si atteggiano ad artistoidi (-oidi che fa rima con tante cose che non sto a elencare)? Quelli che «cioè, io scrivo, cioè, mi nasce da dentro, cioè, m'ispiro a ceghevara con influenze niciane passando per gesù, cioè, ho un amico in una casa editrice, cioè, ci ho pure la tessera del partito giusto.»
Cioè. È la terza parola che hanno imparato dopo Mamma e Cacca.
Temo che sia per colpa di questi se al giorno d'oggi gli scrittori veri sono con l'acqua alla gola. Sarebbe a dire: tutti scrivono, nessuno legge. «Cioè, io so scrivere e leggere, cioè, ci ho pure l'attestato della scuola superiore che lo dimostra, ma chissà come mai, cioè, penso di sapere fare la prima cosa senza necessariamente fare la seconda. Cioè.»
Una dimostrazione? I concorsi letterari. Se vi è mai capitato di partecipare a una selezione come giurati vi renderete conto che siamo davvero alla frutta, perché se la grammatica è masticata e l'ortografia frustrata, la tecnica è sodomizzata e l'inventiva surgelata.
Per forza, aggiungerei. Prima impara la semplice regola dello scrittore: «Ti piace scrivere? Sì. Allora non sei uno scrittore.» Poi decidi di abbandonare il campo.
Sembrerà un controsenso, ma chi riesce a capirmi è davvero sulla buona strada per il Paradiso.
Ovvio, detto da me che mi professo uno scrittore, il discorso può apparire insensato, ma chi è così intelligente da capire che nella vita non potrà mai fare l'astronauta solo perché gli piace guardare la luna, allora capirà anche che le esternazioni letterarie post pasta e fagioli sono solo naturali sfoghi fisiologici e non ispirazioni divine.
Scrivere, ragazzi miei, è un'arte, una delle grandi strade della vita, e non tutti possono farlo solo perché prendere una penna in mano è più facile che costruirsi una navicella spaziale.
Seppoi tutti vogliono scrivere, facciano pure. Internet, riviste, parrocchie, gruppi di alcolisti anonimi, al giorno d'oggi le pubblicazioni sono veloci e convenienti, e lasciano campo aperto soprattutto a chi il grano ce l'ha già.
Quelli veri (quelli che scrivono per necessità, intendo, non quelli che lo fanno per piacere) sono costretti a barcamenarsi tra modesti editori famelici, grandi editori poco convinti, agenzie letterarie inventate dal nulla, corsi di scrittura creativa nati a fin di bene ma morti di fame, personaggi semigiornalisti ex galeotti amici di, concorsi poetici gestiti da imbarazzanti intellettualoidi (-oidi, come quelli di prima) e ignoranza diffusa.
Qui prodest? Chi ci guadagna da tutto questo casino se non coloro che non lo meritano?
Va bene, concludo io, chi ne ha voglia scriva, ma non intasi un mercato già povero solo per la grande disponibilità di denaro o per le amicizie. È una questione di onestà, ragazzi miei. Milioni di persone scrivono per piacere, per sfogo, per amore e perché gli gira così, ma quelli onesti si guardano bene dal voler pubblicare. Perché sanno che non sono scrittori, ma solo esseri umani.
Alla fine, come si può ben vedere andando in libreria, ci si riduce al collasso. Non c'è un solo libro buono italiano se non una volta l'anno (forse meno), però se si va a grattare qua e là si scoprono piccoli capolavori nascosti nella tenebra paurosa di un investimento sbagliato. E quelli che ci vengono spacciati per "i grandi autori italiani contemporanei" lo sono solo per bontà divina, non per qualità. Per non parlare della carta da caminetto che riempie gli scaffali nella sezione "Cabarettisti avanti tutta!" e che purtroppo riempie pure gli scaffali delle vendite maggiori.
Non è forse scarsa cultura, questa? Non è mancanza d'idee, di piacere, di valori, di arte?
C'è una sola parola che mi viene in mente quando penso a quanto in basso siamo caduti riguardo ai libri in Italia: BLEAR.
Beh, penso di aver sproloquiato anche troppo, ma mi riprometto di tornare sull'argomento in seguito, sempre che questo 4K un seguito ce l'abbia.
Pilamaya yelo...

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