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LIBRI O MUTANDE?

Non so se vi è mai capitato di entrare in una libreria. A me càpita spesso perché mi piace leggere, e perché ho una malattia che mi spinge a comprare un libro e a tenerlo come se fosse una reliquia (mi succede pure con le schifezze tipo Hannibal di Harris, quindi il mio dev'essere un problema mentale grave).
Beh, comunque sia, a mio parere una libreria dovrebbe essere un luogo nel quale acquistare libri, ma anche uno spazio nel quale incontrare persone con la passione per il leggere, acquirenti o venditori che siano. Io penso a un salottino culturale nel quale scambiarsi opinioni su un certo autore, o informazioni su libri interessanti magari poco pubblicizzati, o nomi di riviste dedicate a un certo argomento… Ora che ne parlo mi rendo conto che si tratta di un'utopia adolescenziale…
Fino a qualche anno fa, una libreria mestrina medio-grande (per quei tempi) era gestita da una signora che rappresentava per me l'autentico LIBRAIO. Cioè, quando cercavo un libro (per me o per un regalo), lei mi dava sempre una soluzione. Mi consigliava questo o quel titolo, mi raccontava decine di trame e mi descriveva le cose che, a suo parere, erano positive o negative. Mi trasmetteva sostanzialmente un'impressione di cultura, d'intelligenza e di passione per quello che faceva, e mi lasciava ogni volta soddisfatto. E non s'inventava le cose, perché poi io le leggevo e avevo modo di constatare le riflessioni che mi aveva rilasciato.
Adesso entro in libreria (parlo di quelle grandi e medio-grandi, nelle quali le riviste letterarie sono snobbate e allontanate come se fossero infette, e al loro posto fioriscono calendari di veline e rotocalchi discutibili) e rischio di colpire subito la colonnina con "i più venduti". Che poi i più venduti siano spesso "i meno intelligenti" è tutto un altro discorso. Gli scaffali straripano libri, a milioni.
Ma quanti sono, quelli che scrivono? penso con angoscia.
Meno di quelli che leggono, sicuro, mi rispondo subito dopo con fatalismo.
E se per caso ho un dubbio e non riesco a trovare un autore, mi devo avvicinare con cautela a un/a commesso/a. Giovane. Dinamico/a. Sorridente.
«Scusa», chiedo distrattamente, «mi sapresti dire dove tenete Sepùlveda?»
«Quello che ha fatto il film?» mi risponde crucciandosi appena. «No, no, scusa», aggiunge poi ammiccando, «era un cartone animato.»
Io lo/a guardo perplesso. «Sì, beh, ti riferisci a La gabbianella e il gatto
«Quello di Walt Disney?» mi controbatte. «I dvd sono al piano di sotto…»
Noto che ha già perso interesse per me e quindi cerco da solo ciò che mi serve. Ma in fin dei conti ho chiesto di Sepùlveda, non di Roberto Taddio! penso fuggendo verso i classici, di solito nell'angolo più in fondo.
Questa conversazione è avvenuta realmente (più o meno), e assieme a essa molte altre sullo stesso tono.
Un'altra volta una mi ha liquidato dicendomi: «Scusa ma il computer non mi dice dove e se c'è questo libro.»
Io allora le ho chiesto un po' esasperato: «Ma non ti ricordi, più o meno a occhio? Ci lavori tutto il giorno…»
Lei mi ha fissato con fierezza e ha sentenziato: «Beh, insomma, guarda che qui ce ne sono un mucchio, eppoi non è che devo per forza conoscerli tutti!»
L'ultimo esempio, che mi ricorda un po' le barzellette sui carabinieri: un tizio di una libreria, da me interpellato per trovare un testo di Zaimoglu, un autore turco-tedesco, mi ha detto: «Ah, non so dirti, io sistemo solo i libri dalla A alla L.»
Forse è uno dei motivi per cui la letteratura (e la cultura in generale) in Italia sta attraversando un momento nero ma così nero che Man On Black in confronto è bianco. Non solo non c'è l'interesse di chi dovrebbe comprare i libri. Non c'è nemmeno quello di chi li vende, dato che vengono trattati alla stregua di qualsiasi altro oggetto in vendita (calendari coi culi fuori compresi).
Per concludere, senza voler impersonare il signor Sotuttoìo e senza voler attaccare indiscriminatamente tutti i lavoratori delle librerie, non ho notato alcuna differenza tra un commesso che vende mutande e uno che vende libri: il loro scopo, puramente pratico, forse comprensibile ma poco appassionato, è vendere qualcosa di qualcun altro di cui non conoscono pregi e motivazioni, e poco importa se si tratta di "pezzi di cultura" o "pezze da culo".
Perdonate la battutaccia, ma coi tempi che corrono devo cercare di adeguarmi ai libri dei cabarettisti.
Magari così venderò qualche copia in più dei miei.
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