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GIORGIO FALETTI, Io
uccido
Il libro che prendo in esame questa
volta ha dell'incredibile. Dicono che
abbia venduto più di 500.0000
copie e che sia stato tradotto in non
so quante lingue. Il suo autore è
passato dalle trasmissioni trash degli
anno Ottanta (ha fatto anche qualche
capatina ipertrash nei Novanta, senza
contare il tentativo maccheronico di
Sanremo) alle trasmissioni culturali
della RAI nel nuovo secolo.
Con queste premesse, quindi, come procedere?
La trama: nella Montecarlo attuale,
un inafferrabile serial killer semina
il panico tra le forze di polizia e
i cittadini del principato, coinvolgendo
pure una radio e l'immancabile agente
dell'FBI con problemi psico-familiari.
Ammazza le proprie vittime e poi ne
scarnifica il volto. Nonostante gli
diano la caccia tutti (compreso un generale
americano psicopatico e perverso cui
il SK - come direbbe Picozzi - ha ucciso
una figlia), il famigerato sguscia come
un fantasma tra le maglie delle forze
dell'ordine e continua a uccidere anche
dopo essere stato identificato.
Devo comunque ammettere che la narrazione
procede speditamente e che invoglia
ad arrivare fino all'epilogo. Lo stile
è semplice e scorrevole, buono,
tutto sommato, dall'inizio alla fine.
Che poi questa fine non sia tanto originale
non lo scopro certo io.
Sono molti gli echi a thriller polizieschi
di grande fortuna, da "Il silenzio
degli innocenti" (cui si richiama
anche per la storia della scarnificazione
del volto) a "I fiumi di porpora"
(l'ambientazione esoticamente francese),
a "Il collezionista" (l'assassino
è intelligentissimo e fichissimo),
a molti altri impressi con lo stesso
stampo anglo-americano.
È questa, per me, una delle più
grosse pecche di questo romanzo: non
è letteratura, ma manierismo
all'osso, una produzione commerciale
così prevedibile da risultare
costipata di luoghi comuni e personaggi
dei film che vediamo di continuo.
C'è l'agente dell'FBI in crisi
ma superfico e che capisce sempre tutto,
un misto tra Fox Moulder, Callaghan
e Serpico. C'è il serial killer
classico ma reso ridicolo da una strana
somiglianza con Rambo (folle, affascinante
e violentissimo, ma dotato di enorme
intelletto e persino di coscienza).
C'è la protagonista femminile
che soffre soffre soffre, ma che poi
alla fine s'innamora del superfico e
che dimentica ogni cosa. C'è
pure un generale dell'esercito, incestuoso
e rigidissimo, che nonostante tutte
le conoscenze che si dice abbia, non
può far altro che perdere contro
il protagonista. E tutte le varie figure
di contorno le abbiamo già viste
e riviste su film e telefilm e su libri
americani dello stesso tipo.
Nonostante le cose siano state già
masticate da decenni, la storia invoglia,
si diceva. E come non potrebbe farlo?
L'autore si è scoperto scrittore
dopo aver esaurito il momento magico
come comico (che di sicuro in gioventù
ho apprezzato). Rispetto a chi, come
me o come tanti altri, nella vita deve
lavorare, il buon Faletti non deve pensare
a pagare l'affitto o il mutuo. Cioè
ha il tempo per scrivere, quella
cosa che manca a molti scrittori veri.
Può fare ricerche in luoghi e
modi dispendiosi, può chiedere
informazioni a persone altrimenti irraggiungibili.
Insomma, parte da una situazioni di
vita già comoda (e come non invidiarlo?)
Se a ciò si aggiunge che l'editing
del suo testo glielo avranno fatto almeno
in dieci persone, ecco nascere il capolavoro
stilisticamente apprezzabile che è
stato al primo posto nelle classifiche
di vendita d'Italia.
Per concludere (annotando tra parentesi
che il pizzetto brizzolato è
stampato sempre sulla faccia di Vito
Catozzo) cito il libro stesso: chi
nasce tondo non muore quadro, che
è un po' come dire chi nasce
comico non muore scrittore.
Anche se ha i mezzi per farselo dire
e per farlo credere agli altri.
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