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  RAY BRADBURY, Ritornati dalla polvere

Chi non ha mai letto Fahrenheit 451 o Cronache marziane ha perso, a mio parere, due grandi libri che molto hanno dato alla letteratura fantastico-scientifica. Ma il libro che oso sottoporre alla vostra attenzione questa volta è davvero un insieme di capolavori stilistici e, perché no, sentimentali, alcuni dei quali davvero sorprendenti.

La trama: negli Stati Uniti, in una vecchia casa che si è costruita da sé (più o meno) - una casa enorme, con centinaia di stanze e cantine e soffitte e finestre e corridoi - vive da moltissimi secoli una famiglia molto particolare, con la bisnonna che è una mummia egizia, una nipotina-maga che sogna continuamente, un papà che dorme di giorno e una mamma che non dorme mai. La casa ospita il grande Raduno di tutte le creature fantastiche e bizzarre, come lupi mannari, uomini volanti, spiriti e spiritelli, topi e ragnetti, e testimone dell'evento è il piccolo Timothy, un trovatello mortale allevato dalla Famiglia che vorrebbe essere come tutti gli altri, cioè eterno e un po' soprannnaturale.

La vera chicca di quest'opera è senz'altro lo stile: dolcissimo, sognatore, a tratti idilliaco nella narrazione di situazioni e personaggi che hanno meritato nella letteratura passata brutalità e crudezze. I fantasmi sono come sospiri e cigolii di porte in scantinati bui, i lupi mannari sono agili creature a quattro zampe che zompettano allegramente, persino i topi, classico orrore ripugnante, hanno una dignità poetica.
Alle volte un insieme di frasi così ricercate, un susseguirsi di aggettivi che richiamano numerosi altri concetti e stereotipi passati, rende pesante l'incedere della storia, che in sostanza ha una trama semplice e scarna. Forse un lettore troppo abituato a un linguaggio spoglio (ad esempio Bukowski), o uno abituato all'organizzazione cinematografica di certi libri commerciali (tipo Wilbur Smith) rimarrà deluso dalla lentezza delle frasi, e probabilmente dalla loro musicalità. Ma il punto di forza di questo tipo di narrazione è proprio qui, nel fare letteratura nuda e cruda, senza secondi fini di alcun genere.
Il fatto che l'autore abbia raccolto in questo testo numerosi racconti pubblicati in moltissiimi anni di attività, rende evidente come Bradbury sia un libero sognatore e un arpeggiatore sciolto, di quelli che raccolgono note sfuggite e che le riassemblano in maniera morbida e intelligente, senza sacrificare l'arte, ma lottando per essa.

Il finale è secondo me l'unica nota stonata, una chiusa poco chiara (o che forse non ho compreso al meglio), una conclusione che c'è e non c'è, e che forse avrebbe dovuto mantenere alto il livello ipertestuale e trasognato.

Nonostante il fatto che non resti nell'anima una Storia ma solo un insieme di prodezze poetiche e che sia quindi difficile poterlo raccontare agli altri, leggere questo libro fa sentire più vicini all'Arte con la A maiuscola, un po' come ascoltare una musica dolce e appena venata di deviazioni grottesche che eravamo abituati a considerare sorpassate o non consone ai nostri gusti e alla nostra tranquillità.



 
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