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ERALDO BALDINI, Bambini,
ragni e altri predatori
Il genere nero, horror e fantastico,
in Italia, non è che vada per
la maggiore. Di solito lo fanno in pochi,
e sono quelli che pubblicano con piccole
case editrici. Perché quelle
grandi pubblicano gli stranieri, che
sono considerati migliori di noi in
questo campo (e in certi casi non si
sbaglia neppure a pensarla così).
Ma questa raccolta di racconti di Eraldo
Baldini dimostra come un genere sinceramente
bistrattato e poco considerato dalla
critica letteraria possa raggiungere
livelli di tutto rispetto.
Le trame: ne scelgo poche, arbitrariamente,
tra quelle che più mi hanno colpito.
In un episodio, davvero kinghiano (neologismo
per "alla King"), un uomo
deve affrontare nella propria casa di
campagna un ragno grosso come un gatto.
In un altro, lo spettro di una bambina
mantiene un legame terreno su di una
spiaggia. In un altro ancora, dei ragazzini
vedono il famoso circo di Buffalo Bill,
e da grandi emuleranno le gesta guerriere
degli Indiani americani durante gli
scontri della prima guerra mondiale.
Nell'ultimo racconto (il più
lungo), le vicende di un ufficiale nazista,
terribili durante la guerra, diventano
addirittura misteriose dopo la sua morte.
La bellezza di certe storie (non posso
dire di tutte, com'è plausibile)
sta, a mio parere, nel portare l'orrore,
il mistero o come volete chiamarlo,
nelle vicende del nostro paese, e non
necessariamente nelle grandi città
americanizzate a più non posso,
bensì nella provincia, fatta
di pelucchi di grano, di campi coltivati,
di recinti con gli animali, di ragazzini
liberi di giocare nella polvere estiva.
Lo stile non mi ha entusiasmato, pur
rimanendo dinamico e coerente con l'argomento.
Ma anche questo scrivere alle volte
povero, alle volte enfatico, alle volte
fiorito, rende l'idea di quanto straordinariamente
incredibili possano essere certe storie
tra i confini di casa nostra. Non servono
le descrizioni minuziose e americanissime
di canyon e autostrade asfaltate per
immaginare gli spazi sui quali la fantasia
può scorrere: basta la fotografia,
ad esempio, di un grande campo nel quale
sta impiantata una croce senza tempo.
Le parole scorrono come sulle ali di
un uccello enorme che volteggia sulla
storia degli uomini. E il dunque non
è mai la banale scoperta dell'assassino
o l'uscita fantasmagorica del mostro
di turno.
Resta un senso d'indefinibile, una volta
finito di leggere qualcuno dei racconti,
come quando si sorseggia un certo vino
o un liquore molto invecchiato. Il piacere
non sta nel finirlo (ingordamente) ma
nel riassaporarlo nel palato della mente,
e dato che il finale non è mai
spalmato chiaro e tondo, il senso di
godimento si protrae più a lungo.
E i mostri, che, come già detto,
nei libri americani commerciali di oggi
rovinano granparte delle storie (e di
riflesso anche tutta la produzione nostrana
manierista) hanno l'aspetto subdolo
e normale di qualcosa che non ci aspetteremmo
potesse mai diventare un predatore.
Bambini, appunto, o ragni, maiali e
così via.
Infine, dato che io cerco sempre il
"commerciale" in ogni libro
che vende più di diecimila copie
perché sono invidioso (dice qualcuno),
e sulla base delle ammissioni dello
stesso autore durante le sue presentazioni
del libro, ritengo che l'ultimo racconto,
per quanto bello e a tratti coinvolgente,
sia stato messo a far "massa"
da esigenze editoriali, perché
non molto ha a che vedere con il resto
dei racconti.
Beh, insomma, è un piccolo prezzo
che Baldini ha dovuto "pagare",
visto che il valore letterario, a mio
parere, è ottimo.
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