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  PINO CACUCCI, Demasiado corazón

Non sono mai stato un appassionato di libri di cosiddetta "denuncia sociale". Quelli che ho letto, per caso e con poca convinzione, li ho trovati letterariamente aridi, appunto perché indirizzati verso altri obiettivi. E molti pure noiosi. Forse non ho letto i migliori, mi pare evidente. Mi sono dunque avvicinato a questo libro di Cacucci (indicatomi da un amico di Bologna come un gran bel romanzo) coi piedi di piombo.

La trama: in Messico, nei pressi del confine con gli Stati Uniti, un ex soldato americano che lavora per una grande casa farmaceutica statunitense invischiata nello smaltimento di rifiuti tossici, elimina un medico di Tijuana che ha scoperto un terribile segreto. Il fratello pugile del medico si associa con un videoreporter italiano, malato di utopia fin nelle ossa, per scoprire di cosa si tratti e per capire quindi i motivi dell'assassinio, fatto passare in prima battuta come morte per overdose.

Come mi aspettavo, dal punto di vista stilistico credo che questo libro non offra niente di nuovo. Spesse volte le frasi si concludono brevemente e senza grinta, in altri casi raggiungono un respiro più ampio perdendosi in fronzoli inutili. Piatte sono spesso anche le parti che descrivono e denunciano le situazioni prese dalla realtà, e che restano il cardine dell'opera.
Tutto sommato, però, la lettura non risulta sgradevole, e i capitoli, brevi e numerosi, si susseguono velocemente. Non pessimo, quindi, ma nemmeno eccezionale.

Appare chiaro che lo scopo del libro è un altro.
Il Messico, terra per me e per molti di noi italiani lontana, coperta da un velo di fascino tutto particolare, viene mostrato su di un piano che è quello della realtà (una realtà letteraria, ovviamente, ma pur sempre realtà vissuta), fatta di oggetti, sudori e sassi che si discostano molto dall'idea tutta tequila-bum-bum e templi aztechi e sombreros che fa comodo pensare. Il Messico è una delle molte terre del pianeta che vengono sfruttate, calpestate e offese, e così pure le orgogliose persone che ne fanno parte. Nel libro, chi opprime culture come quella messicana, i "cattivi" di turno, sono le multinazionali occidentali, che non si fermano di fronte a nulla pur di ottenere un guadagno. E certe cose non sono solo letteratura, non lo dico io, ce lo insegna la storia.

L'idea è carina, ma la vicenda assume troppe volte i connotati di una favola scontata (infatti la fine non regala molte sorprese). E quando vengono svelati i delittuosi intrighi della casa farmaceutica, il tono diventa un po' troppo demagogico, a mio parere, come a voler denunciare non solo quella situazione, ma molte altre che Cacucci tiene nel cuore.

Per quanto discutibile letterariamente, secondo me, è un punto di forza dell'autore aver saputo dare alla storia un vestito di carta e inchiostro, perché a volte è giusto che le cose terribili del mondo siano coperte dalla finta innocenza della narrazione, che lascia trasparire nello stesso tempo quello scorcio di nuda realtà ai nostri occhi oscena e intollerabile. Quindi inesistente.
Fosse anche solo per questo motivo, vale la pena di leggerlo.



 
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