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PETRA HAMMESFAHR, Il
seppellitore di bambole
Il titolo di questo romanzo di una (per
me) sconosciutissima autrice germanica
sembra appioppare poca credibilità alla
storia, dato che, in effetti, ricorda
i titoli di film di serie B di qualche
decennio fa. Mettendosi comunque nei
panni di traduttore ed editore, bisogna
riconoscere che "Il seppellitore di
bambole" suona assai meglio dell'originale
"Der Puppengräber"!
La trama: in un paese rurale della Germania
dei nostri giorni, una serie di sparizioni
di ragazzine sconvolge l'intera comunità,
fatta di contadini e allevatori (e relative
consorti) pettegoli e di malalingua.
Quasi tutto il paese sembra dare la
colpa dei misteriosi eventi a Ben, un
ritardato mentale di due metri per cento
chili, che ama andarsene in giro per
i boschi di notte, scavando buche e
seppellendo bambole rotte. La storia
è presentata come la relazione di un'ispettrice
che indaga non solo sugli avvenimenti
recenti, ma anche su alcuni fatti accaduti
nel lontano passato del villaggio.
Nell'attuale panorama di diffuso manierismo
"thrillerico", in cui si tende a creare
uno stampo che poi viene riprodotto
infinite volte contando sullo scarso
impegno cerebrale dei lettori, questo
romanzo mi ha regalato davvero una gradita
sorpresa. Sarà che la patria di creazione
dell'opera è la Germania, luogo di cultura
neoclassica non solo letteraria. Sarà
che l'ambientazione in un centro rurale
si scosta di molto da modelli tristemente
triti (quali le metropoli americane)
e si avvicina a panorami più nostrani.
Sarà che l'analisi di un piccolo agglomerato
umano, dei suoi intrighi e delle sue
spettegolaggini suscita un senso d'inquietudine
che dona a sua volta sicurezze. Sarà
quel che sarà, a mio parere il romanzo
ha molti punti a proprio favore.
Per evitare però di mettere su di una
pista solo positiva un potenziale lettore,
mi sento in obbligo di elencare una
serie di punti negativi, come mio solito.
Innanzitutto, l'esame dei rapporti esistenti
tra gli abitanti del paesello è davvero
troppo minuzioso. In certi passaggi
sembra il resoconto di un giornalista
di gossip, tanto da appesantire la lettura
e allentare la tensione narrativa. Va
bene l'analisi, ma in certi casi certe
notizie sembrano davvero un di più.
Inoltre, il finale (come spesso accade)
non contiene quella forza decisiva che
permette di chiudere il libro leccandosi
i baffi, bensì lascia perplessi sulla
sbrigatività, e sulle scarse spiegazioni
che si contrappongono alla minuziosità
or ora esposta. Il colpo di scena c'è
e non c'è, e càpita d'immaginarselo
man mano che le pagine si assottigliano.
L'autrice appare sicura nello stile,
non c'è dubbio, e le frasi hanno la
squadrata corposità che rappresenta
probabilmente un segno distintivo della
letteratura tedesca. Non c'è innovazione
sul piano stilistico, quindi, ma rigidezza
espositiva, che però non impoverisce
l'attesa dello svolgimento finale e
il piacere della lettura. La scelta
di un minorato mentale (buono e forzatamente
un po' inquietante), per finire, appare
un escamotage azzeccato, anche se troppo
abusato, per suscitare in chi legge
un misto di paura e tenerezza, equilibrato
sul filo della gradevole passione.
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