|
|
| |
|
|
| |
| |
KOJI SUZUKI, Ring
Questa volta devo proprio dire una cosa
che non avrei mai pensato nemmeno d'immaginare:
il film The ring, e nella fattispecie
la versione americana, mi è piaciuto
più del libro, nonché
della riduzione cinematografica giapponese.
Non tanto per le annose questioni d'immagine
occidentale versus orientale, bensì
per la qualità delle sensazioni
nere espresse dalla storia che alla
Dreamworks, per una volta nella loro
carriera, non hanno banalizzato. Ma
andiamo con ordine.
Asakawa, un giornalista di Tokyo, viene
a conoscenza di una serie di morti misteriose
e inspiegabili che riguardano quattro
giovani della zona, tra i quali la propria
nipote. Scottato da precedenti esperienze
legate al paranormale, Asakawa scopre
l'esistenza di un'inquietante videocassetta
che sembra legare gli ultimi giorni
e i destini dei quattro. Una volta visto
il nastro e capito di essere vittima
di una specie di maledizione che lo
porterà alla morte nel giro di
una settimana, cercherà di scoprire
come annullarla per salvare se stesso
e la propria famiglia grazie anche al
supporto di uno strano amico di gioventù.
Premetto che ritengo molto difficile
riuscire a giudicare letterariamente
stile, ritmo della narrazione e metafore/immagini/astrazioni
di un autore di una cultura così
lontana dalla mia. Dovrei avere un sostrato
sufficiente a comprendere perché
una certa parola messa in un certo punto
ha un certo peso rispetto a un altro
e così via. Invece sono arido
di cultura e di letteratura giapponese,
quindi prendo quel arriva per quel che
mi sembra.
Mi sembra che il ritmo sia abbastanza
incalzante, anche se alle volte ho l'impressione
che compilare la lista della spesa o
raccontare di uno stupro sia per l'autore
egualmente impegnativo. Mi sembra quindi
che manchi di vigore lo sciogliersi
delle frasi attorno allo svolgersi della
storia. Ogni tanto la narrazione appare
come eccessivamente didascalica, pedante
e, forse, troppo sostenuta. Certe giustificazioni,
infine, vengono sbattute sulla pagina
come dati di fatto che il lettore deve
accettare senza possibilità di
ragionamento, cosa che dà la
sensazione di essere imbrigliati a un
freddo schema di chi scrive.
I personaggi, sempre in base alle sensazioni
che ho ricevuto leggendo, mi sembrano
sviluppati meglio nel film americano
che in questo libro. Mi chiedo come
mai, e mi rispondo che (sempre a pelle,
intendiamoci) nel romanzo le figure
sembrano quasi tutte di contorno. Non
hanno un grande spessore psicologico,
e i dettagli che li riguardano molte
volte appaiono ossessionati, morbosi,
superficiali. Il protagonista stesso
appare un fumetto che si comporta piattamente
secondo uno stereotipo narrativo.
I particolari per così dire tecnici,
infine, vengono gettati in pasto al
lettore che crede, soprattutto nei momenti
che dovrebbero coinvolgere di più
la paura, di avere per le mani un trattato
scientifico.
Tutto sommato, The ring non dovrebbe
essere definito un romanzo horror, almeno
dal mio punto di vista, anche se paranormale
e mistero zompettano qua e là,
perché chi legge è più
stimolato a vedere "come va a finire
'sta storia" che a temere ciò
che sta per essere narrato. Sicuramente
non ci capisco molto, ma per me Dreamworks
1 Suzuki 0. E sono il primo a meravigliarmene...
|
|
|
|
|
|